La CGIL si proclama da sempre fieramente antifascista. Nei fatti adotta comportamenti che ricordano certi regimi autoritari. Reprime il dissenso, espelle chi la contesta e punisce chi non si allinea. Non ammette voci fuori dal coro. È un antifascismo proclamato ma non praticato, trasformato in uno strumento per mantenere il controllo, per colpire e per silenziare. I fatti che stiamo per raccontare lo dimostrano con chiarezza, senza bisogno di interpretazioni forzate.
Negli stabilimenti italiani di STMicroelectronics si sta consumando un fatto che merita ben più dell’attenzione fugace di una cronaca sindacale. Secondo la denuncia formale della UIL, viene messa in discussione la libertà sindacale. Una lavoratrice iscritta alla categoria dei metalmeccanici di questa organizzazione si è vista negare la possibilità di concludere una transazione con l’azienda. Le sarebbe stato detto che, per farlo, doveva lasciare il suo sindacato e passare alla Fiom CGIL. A parlare, a quanto pare, è stato un dirigente delle Risorse Umane. Non solo ha posto questa condizione, ma ha anche inoltrato alla lavoratrice, tramite WhatsApp, il numero del segretario Fiom territoriale, invitandola a contattarlo per completare l’iscrizione. Nessun tentativo di nascondere l’operazione. Tutto alla luce del sole, come se fosse normale.
La cosa non finisce qui. Sempre ad Agrate, durante un’assemblea sindacale, lo stesso segretario Fiom CGIL avrebbe pubblicamente insultato un delegato della UIL, indicandolo di fronte a tutti con parole pesanti: “Eccolo là, il fascista che vota Meloni”. Il delegato, sorpreso e offeso, avrebbe risposto con una frase sicuramente fuori luogo, ma che esprime bene la tensione che si vive in fabbrica: “Io fascista? Se lo fossi ti avrei già puntato una calibro 45 in fronte”. Nonostante le provocazioni iniziali, a essere punito è stato solo il delegato della UIL. L’azienda lo ha sospeso dal salario e ha avviato le procedure per il licenziamento.
Tutto questo si svolge sotto gli occhi della direzione aziendale. Secondo la UIL, da tempo avrebbe costruito una relazione privilegiata proprio con la Fiom CGIL. In altre parole, la Fiom non solo non subisce pressioni, ma sarebbe addirittura favorita. I fatti raccontati parlano di un’organizzazione che, anziché garantire diritti per tutti, impone le sue regole. Decide con chi si può parlare e con chi no, esercitando un potere discrezionale che esclude chi è considerato scomodo.
Ciò che rende questa vicenda ancora più incredibile è il contesto in cui si svolge. STMicroelectronics è un colosso dei semiconduttori con una presenza strategica in Italia, in particolare ad Agrate e a Catania. Proprio in quest’ultima sede, l’azienda ha ricevuto un investimento statale di circa 2 miliardi di euro, nell’ambito dell’EU Chips Act, per realizzare un nuovo impianto da 5 miliardi. Si tratta di un sostegno pubblico imponente, volto a rafforzare la sovranità tecnologica del Paese. Eppure, mentre lo Stato la sostiene economicamente, l’azienda si permette di colpire un delegato sindacale perché avrebbe simpatie per il governo in carica. Il paradosso è inquietante. Si espelle, si isola e si licenzia chi potrebbe pensare diversamente, proprio mentre si incassano miliardi dai contribuenti. Se questa è l’idea di democrazia industriale, siamo alla rovescia della realtà.
Ecco dunque un’altra prova lampante. Ancora una volta si mette alla berlina il sindacato guidato da Maurizio Landini. Ama definirsi democratico, ma non tollera il dissenso. Espelle i suoi dirigenti quando provano a chiedere più partecipazione e trasparenza. Predica l’antifascismo a ogni occasione utile, ma poi applica dinamiche di controllo che contraddicono i principi di apertura e pluralismo. Se davvero tutto ciò venisse confermato, se davvero Landini ha scelto di non dire una parola, allora siamo alla frutta. Quando chi guida il più grande sindacato italiano tace di fronte a violazioni così gravi, vuol dire che ha smarrito il senso stesso della sua funzione.
Un sindacato che collabora con l’azienda per isolare chi non si allinea non è un sindacato. È un apparato di potere che ricorda un altro genere di organizzazioni. La UIL ha scritto ai ministri Giorgetti, Urso e Calderone per chiedere un incontro urgente. Sostiene che non lo fa per difendere se stessa, ma per tutelare un principio che riguarda ogni lavoratore italiano: la libertà di scegliere chi ti rappresenta.
E allora, la domanda che tutti dobbiamo porci è questa: da che parte sta davvero la CGIL? Non è più accettabile nascondersi dietro i grandi discorsi. È insufficiente proclamare antifascismo se poi, nei fatti, si impongono logiche autoritarie che soffocano il confronto democratico. Parlare di democrazia non ha senso se le voci dissenzienti vengono sistematicamente represse. Espellere e licenziare dirigenti scomodi non è compatibile con una cultura democratica. Colpire i delegati solo perché non indossano la casacca giusta è una pratica che contraddice ogni principio di pluralismo sindacale.
La vera democrazia sindacale si misura sul campo, nella fabbrica, nelle assemblee, nel rispetto delle differenze. Se questi fatti verranno confermati, bisognerà avere il coraggio di dire che la CGIL ha tradito se stessa. Non può esserci alcuna giustificazione. Non si può restare in silenzio.
C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più paradossale. STMicroelectronics riceve miliardi di euro di finanziamenti pubblici, pur essendo accusata di violazioni della libertà sindacale. Se le denunce della UIL trovassero conferma, lo Stato italiano si troverebbe a finanziare con risorse pubbliche una realtà che, secondo l’articolo 39 della Costituzione, dovrebbe rispettare pienamente il pluralismo sindacale e la libertà di associazione. L’articolo 41 della Costituzione, inoltre, stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o recare danno alla libertà e alla dignità umana. È lecito chiedersi se finanziare imprese che adottano comportamenti discriminatori sia compatibile con questi principi. Chi riceve risorse pubbliche dovrebbe garantire, come minimo, il rispetto dei diritti fondamentali nei luoghi di lavoro.