Il 15 marzo, Roma ospiterà una manifestazione a sostegno dell’Unione Europea. L’iniziativa, promossa da un “intellettuale”, segue l’annuncio della UE di destinare 800 miliardi di euro al riarmo. Una decisione che ha sollevato polemiche, alimentando il dibattito sul come dovrebbe essere il vero investimento europeo: armi o diritti?
Tra i partecipanti spicca il nome di Maurizio Landini, leader della CGIL. Pur dichiarandosi contrario alla corsa agli armamenti, ha scelto di aderire alla manifestazione. Una decisione controversa, che sta ampliando il divario con la la base degli iscritti.
Molti lavoratori, delusi e indignati, stanno valutando di non rinnovare la tessera. Sentendosi traditi da un sindacato sempre più distante, si chiedono: a chi giova davvero questa manifestazione? Ai lavoratori o ai giochi di potere che, ancora una volta, sacrificano la coerenza e la dignità sull’altare della politica?
Lo Statuto della CGIL, all’articolo 2, definisce la pace tra i popoli come “bene supremo dell’umanità”. L’organizzazione si dovrebbe impegnare a promuovere sicurezza, solidarietà e cooperazione internazionale. Al contrario partecipa ad una manifestazione a sostegno di un piano di riarmo in netto contrasto con la sua missione.
Peraltro, il Codice Etico della CGIL impone di tutelare il prestigio del sindacato, mantenendo la coerenza con i valori di pace e giustizia sociale. La partecipazione a questa iniziativa di piazza, a sostegno di un istituzione come l’UE che si prepara alla guerra, compromette anche l’immagine dell’organizzazione e mette in discussione l’autenticità dei suoi valori pacifisti.
L’articolo 14 del Codice Etico stabilisce che i dirigenti della CGIL devono comportarsi in modo coerente con i principi dell’organizzazione, soprattutto nei rapporti con i media. Partecipare a manifestazioni che contraddicono gli ideali di pace è una violazione palese anche di questo articolo.
L’articolo 4 del Codice Etico impone ai rappresentanti della CGIL di agire responsabilmente, rispettando gli ideali e le finalità dell’organizzazione. Le giustificazioni fornite da Landini per spiegare la sua adesione alla manifestazione appaiono irresponsabili e ambigue. Le sue parole tradiscono non solo i principi etici del sindacato, ma rivelano anche una preoccupante mala fede.
Come si può difendere l’Unione Europea quando questa impone politiche di austerità che colpiscono i cittadini, sostenendo la necessità di ridurre la spesa pubblica, salvo poi trovare, in pochi giorni, quasi un trilione di euro per il riarmo? Se la CGIL fosse stata coerente con i suoi ideali, avrebbe dovuto organizzare una forte mobilitazione nazionale contro queste scelte, anziché appoggiarle con la propria presenza a una manifestazione che legittima un’istituzione sempre più distante dai bisogni dei popoli.
Secondo l’articolo 16 dello Statuto, le decisioni politiche rilevanti devono essere approvate dall’Assemblea Generale. In questo caso, la decisione è stata presa in modo unilaterale, senza il necessario confronto democratico. Questo ha violato le regole interne di democrazia sindacale.
Landini ha agito come se questa scelta spettasse esclusivamente a lui e a un ristretto gruppo di dirigenti del suo codazzo burocratico. Ignorare gli iscritti e gli organi interni, vuol dire mettersi sotto piedi i principi di democrazia interna.
Non vi è alcun dubbio sul fatto che la partecipazione a questa sciagurata manifestazione non ha rispettato le procedure previste dallo Statuto. Si tratta dell’ennesima violazione delle regole da parte di Landini.
Questo allontanamento senza precedenti dalla democrazia impone una riflessione profonda. Ogni lavoratore deve interrogarsi sulla propria adesione alla CGIL. Se l’organizzazione, sotto la guida di Landini, sceglie di ignorare le regole e tradire i principi fondanti, è legittimo mettere in discussione la propria appartenenza.
Chi crede nella coerenza, nella democrazia interna e nella difesa dei diritti dei lavoratori non può più chiudere gli occhi. Disdire l’adesione alla CGIL è oggi un atto di dignità e coerenza.
Un segnale chiaro contro una dirigenza che ha scelto di allontanarsi dai valori fondanti del sindacato. Chi non si riconosce più in questo sindacato ha il dovere di prendere posizione. Dire basta è un atto di libertà.