La CGIL ha lanciato una campagna referendaria, con grande clamore mediatico. La presenza sui social è martellante, quasi soffocante. Sembra una televendita più che una battaglia sindacale. Dopo anni di immobilismo, il sindacato guidato da Maurizio Landini propone l’abrogazione di alcune norme su licenziamenti, contratti a termine, appalti e somministrazione. A parole, l’obiettivo è difendere i lavoratori. Ma chi vive davvero la precarietà  sa bene che questo referendum non serve.
Il voto abrogativo non è lo strumento giusto per affrontare problemi così profondi. L’instabilità del lavoro, la frammentazione dei contratti e il degrado degli appalti non derivano da una sola legge. Sono il risultato di anni di politiche sbagliate e arretramenti sindacali. Pensare di rimettere tutto a posto con una scheda è una pia illusione. E chi organizza questo tipo di iniziative lo sa benissimo.
Nel merito, il referendum elude le questioni piĂą urgenti. Non c’è alcuna proposta sul salario minimo. Anzi, è proprio il sindacato a firmare contratti collettivi con paghe da fame, come quello dei cinque euro l’ora. Mentre milioni di persone lavorano per stipendi da miseria, la CGIL continua a sottoscrivere accordi che sanciscono condizioni indegne.
Nessun accenno alle delocalizzazioni, che svuotano fabbriche e comunità intere. Nessuna risposta sulla legge Fornero o sulle pensioni. I giovani restano imprigionati tra stage e tirocini sottopagati. Ma anche su questo, il silenzio è assordante.
L’impressione è che l’obiettivo non sia cambiare le leggi, ma rilanciare l’immagine di un sindacato in crisi. Landini, a dispetto della narrazione ufficiale, non ha mantenuto un profilo autonomo. Ha assecondato il governo Conte durante la pandemia. E ha sostenuto, senza opposizione concreta, la linea liberista del governo Draghi. Oggi, questa subordinazione è ancora più palese. La CGIL arriva persino a manifestare fianco a fianco con i fautori delle guerre che dice di voler contrastare.
Il problema non è solo nei contenuti, ma anche nel metodo. I referendum abrogativi raramente portano risultati concreti. Il quorum è difficile da raggiungere. E anche se venisse superato, chi riscriverà le leggi cancellate? Il Parlamento attuale o la fotocopia di quelli precedenti che sono stati persino peggiori?
Questa iniziativa somiglia piĂą a una campagna d’immagine che a una strategia reale. Ma dietro la visibilitĂ si intravede altro. Questo referendum è anche un tentativo evidente di Landini di proporsi come figura politica. Il messaggio ha due destinatari. Da un lato i partiti del cosiddetto “campo largo”, dall’altro gli elettori di sinistra, delusi e disorientati.
Alla fine, dirà che il quorum non è stato raggiunto, ma che il risultato è stato comunque significativo. Userà quei voti come se fossero consensi personali. Un modo per legittimarsi nella transizione dal sindacato alla politica. In tutto questo, però, il disagio sociale cresce. E i lavoratori restano soli.
Questo referendum rischia di afflosciarsi da solo. Potrà forse ridare un po’ di visibilità alla CGIL, ma non cambierà nulla nella vita dei lavoratori. Non aumenterà i salari e non fermerà i licenziamenti. Non modificherà le regole del gioco.
Per non parlare del fatto che, un sindacato che promuove un referendum contro i licenziamenti facili, mentre applica quelle stesse norme per licenziare i propri dipendenti, è un sindacato assurdo. Una contraddizione talmente evidente da togliere credibilità all’intera iniziativa. Inoltre, la CGIL dovrebbe spiegare come possa firmare contratti da cinque euro l’ora e allo stesso tempo presentarsi come difensore dei diritti. Serve coerenza, non propaganda.
A questo punto, la vera domanda non è se Landini voglia candidarsi, ma se riuscirà ancora una volta a prendere in giro i lavoratori. Perché non un referendum interno al mondo del lavoro? Per chiedere se sia giusto che sindacalisti come Landini guadagnino cinque volte più di chi rappresentano. Cinque volte più di chi lavora, sopporta, firma e subisce quei contratti che la CGIL continua a chiamare “conquiste”.